lunedì 12 maggio 2014

Il Monte dei Cocci, una discarica di duemila anni fa al centro di Roma


A cura del Cantiere 24-MVL Gruppo Reportage*
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"La vasta pianura, che si estendeva tra le falde sud-orientali dell'Aventino e del Tevere, sin dall'età repubblicana venne utilizzata nell'estremità meridionale come discarica. Dell'area di proprietà demaniale se ne occuparono i consoli Clodio Licinio e Senzio Saturnino emanando nel 5 d.c. un divieto contro l'occupazione del suolo da parte dei privati.
La funzione di discarica, in un luogo destinato alla collettività, fu probabilmente l'elemento caratterizzante di questa vasta pianura non soltanto in epoca romana, ma sino al secolo scorso …".

Dobbiamo abituarci alle ironie della storia: una discarica della prima età imperiale romana è divenuta meta di pellegrinaggi archeologici, turistici, accademici ... E cosa accadrà fra duemila anni di Malagrotta? Contenitori di plastica, cellophan, polistirolo ... batterie, cellulari, ferracci, resine da quattro soldi, mobili componibili, cumuli fumanti di diossina ... i lacerti di una civiltà che produce oltre l'inutile, mozziconi irrecuperabili alla bellezza. Basterebbe questo a dimostrare (in modo semplice, elementare) la nostra mancanza, l'incapacità ormai cronica di produrre bellezza ... anticamente anche lo scarto possedeva una dignità, una forma, un'espressività ... qualità che parlano ancora a distanza di secoli. 

"Per quanto riguarda la funzione di discarica, in prossimità del Tevere (nella zona fra il Tevere e le attuali vie Beniamino Franklin, Giovanni Branca e via Marmorata) ... venne iniziato, probabilmente sin dall'epoca augustea, uno scarico sistematico e organizzato di materiale fittile (anfore) presso lo scalo denominato Emporium sorto nella zona extra Porta Trigemina. La collina così costituita prese il nome di Testaceus da 'testa', nome latino per indicare i cocci ...".
Il monte Testaccio, insomma, consiste in un cumulo di anfore spezzate lungo quasi tre secoli.
"L'espansione portuale del vecchio scalo commerciale (Portus Tiberinus, a sud dell'isola tiberina) fu il frutto  di un progetto ben definito che presse l'avvio con la costruzione del primo impianto a magazzino (la Porticus Aemilia), il piu vasto edificio commerciale costruito dai romani (487x60) fatto edificare dai censori Marco Emilio Lepido e Marco Emilio Paolo nel 193 a.c. 

Si aggiunsero quindi magazzini privati, gli horrea. Si ebbero così gli Horrea Galbana, Horrea Lolliana, Horrea Sempronia, Anicia, Seiana)".
La maggior pare delle anfore depositate proveniva dalla Betica (Andalusia; erano di forma panciuta, molto caratteristica); una parte minore dalla Bysazena (Africa settentrionale, di forma cilindrica).
L'olio trasportato dalla Spagna e dall'Africa sino all'Emporium veniva quindi travasato negli enormi 'dolia' (sorta di cisterne) all'interno degli horrea (magazzini).
Le anfore così svuotate erano ridotte in frammenti, e gettate sul monte dopo essere state ricoperte di calce (la calce assorbiva i residui d'olio che, colla decomposizione, avrebbero degenerato in odori nauseabondi; inoltre assicurava un'ottimo consolidamento dei materiali). 
Questo collinetta artificiale sarebbe poi venuta ricoprendosi di terra (dagli sterri eseguiti duranti i secoli nelle zone limitrofe, tra cui il Circo Massimo) favorendo il crescere della vegetazione e la trasformazione in altura naturale (
alta 54 metri sul livello del mare e 30 sopra il livello del quartiere; di forma triangolare vanta un perimetro di circa un chilometro).
Ironie dell'archeologia. Nelle catacombe siamo portati a credere che gli strati più antichi siano quelli inferiori: sono, invece, le tombe sovrastanti a datarsi alla più alta antichità (i fossores scavavano, ovviamente, procedendo dall'alto in basso). Qui al Monte Testaccio, al contrario, risalire significa incontrare le parti più recenti, dal I al III secolo dell'età imperiale sino ai cumuli degli sterri moderni. 


Un'anfora betica.
Secondo lo studioso Emilio Rodriguez Almeida "l'80-85% delle anfore depositate nel Testaccio sono anfore olearie betiche, sferiche, pesanti e rozze, alte circa 75 cm., con diametro intorno a 55 cm., contenneti in media 73 Kg. di olio e pesanti a vuoto ca. 20-25 Kg."
Almeida azzarda poi alcune quantificazioni:

 Anfore depositate al Testaccio 53.359.800

Anfore disperse nel mercato urbano 13.339.950
Anfore disperse nell’edilizia 20.009.925

Totale anfore importate (I-IV secolo) 86.709.675

Quintali di olio importati 60.697.000

Alcune anfore non vennero depositate al Testaccio poiché rifornivano mercati periferici; altre vennero riutilizzate nell'edilizia: per alleggerire il nucleo cementizio delle volte, ad esempio, come nel circo di Massenzio sull'Appia; oppure, triturate e miscelate a sabbia, calce e pozzolana, utilizzate per ottenere il cocciopesto, "una malta idraulica destinata a impermeabilizzare gli ambienti umidi o destinati a stare in contatto con l'acqua".
La spietata organizzazione dell'Impero romano: applicata a una discarica.
"Rampe di accesso e stradine permettevano ai curatores (funzionari addetti alla pianificazione della discarica) di far salire e circolare i carri con resti di anfore non più utilizzabili ... muretti a secco contenevano l'enorme spinta del carico di cocci ... [muretti costituiti] da anfore private del piede e riempite di frammenti e disposte orizzontalmente a costituire un basamento".
La sommità del monte. Sullo sfondo il complesso del Gasometro sulla via Ostiense: raro caso in cui il contrasto fra antico e architettura moderna si risolve felicemente.
Guadagnare una vetta ha sempre un sapore metaforico, al contempo di liberazione ed espiazione.
Francesco Petrarca ascese il Mont Ventoux (in Provenza) col fratello Gherardo nell'aprile del 1336. Circa venti anni dopo rievocherà quell'esperienza purgatoriale in una lettera a frate Dionigi:

"Dapprima, colpito da quell'aria insolitamente leggera e da quello spettacolo grandioso, rimasi come istupidito. Mi volgo d'attorno: le nuvole mi erano sotto i piedi e già mi divennero meno incredibili l'Athos e l'Olimpo nel vedere coi miei occhi, su un monte meno celebrato, quanto avevo letto ed udito di essi. Volgo lo sguardo verso le regioni italiane, laddove più inclina il mio cuore; ed ecco che le Alpi gelide e nevose, per le quali un giorno passò quel feroce nemico del nome di Roma [Annibale] rompendone, come dicono, le rocce con l'aceto, mi parvero, pur così lontane, vicine. Lo confesso: ho sospirato verso quel cielo d'Italia che scorgevo con l'anima più che con gli occhi ..."

Un monte di cocci, un ammasso di anfore frantumate ...
In realtà questa incredibile altura assomiglia profondamente alla sezione di un tronco d'albero.
Ogni anello corrisponde a un'epoca; ogni difetto e anneritura sottolinea i fenomeni registrati fedelmente durante la vita d'esso: gelate, incendi, concimature.
Così il Monte Testaccio che, infatti, viene trivellato e studiato per strati, come il tronco d'un albero millenario; in base ai bolli e ai tituli picti impressi o disegnati sui frammenti anforari gli studiosi sono risaliti alle stratificazioni delle varie epoche.


sezione A. Età d'Augusto, I secolo


sezione B. sino al 145 circa


sezione C. 145-159


sezione D. 160-193 sino all'età degli imperatori Severi


sezione E. 194-235 Epoca dei Severi


sezione F. 217-218 (Epoca di Macrino imperatore) sino
a Filippo l'Arabo (245-249) e Gallieno (260-268)


sezione G. deposito isolato età di Gallieno
Il Monte fu per lungo tempo meta di pellegrinaggi cristiani: " ... sembrò essere adatto poiché a somiglianza del Calvario, [e quindi] era meta della Via Crucis che si svolgeva durante la Settimana Santa".
In ricordo di tali celebrazioni, il 24 maggio 1914, fu posta una croce di metallo a imitazione di quelle precedenti, di materiale ligneo.
L'ansa di un'anfora.
Come si costruiva?

Il vasaio lavorava il corpo dell'anfora alla ruota, quindi la lasciava essiccare. Chiudeva il foro teminale con una palla di argilla o un puntale, quindi applicava il collo e anse.
Seguiva la cottura al forno.
Nelle figlinae (fabbriche d'anfore) si producevano, inoltre, i coperchi (dischi di argilla con il bordo esterno più rigonfio e un peduncolo al centro); i coperchi venivano sigillati con resina e pece.
Sull'anfora si applicava il bollo di fabbrica della figlina che l'aveva prodotta, quindi il titulus pictus, ovvero la specifica del contenuto, e il tipo di spedizione. Il titulus era scritto con pennello al minio o con atramentum nero resistente all'acqua.

Su spalla e collo comparivano altre iscrizioni per la burocrazia doganale e fiscale:
nomi dei commercianti (mercatores)
peso dell'anfora (tara)
peso dell'olio contenuto (peso netto)
datazione consolare
città di origine
nome del prodotto e del produttore
nome dello scriptor che confermava il peso netto.

Altre scritte sono da ascrivere alla contabilità dei magazzini.
Non è finita. Comparivano inoltre graffiti:
graffiti aneddotici (firma officinatores, in fondo al ventre)
graffiti con una solo sigla o lettera sul ventre (segni di riconoscimento dei lavoranti)
graffiti numerali apposti sul collo (quasi tutti del III d.C., forse relativi alle fasi di cottura)
Vi erano poi i bolli, con cui incidere l'argilla ancor fresca dell'anfora; bolli al positivo (caratteri sporgenti) o al negativo (con caratteri rientranti) quasi sempre apposti sulle anse; lunghi da tre a sei centimetri, abbelliti da figure di fantasia (delfini, stelle, allori, croci, frecce, edere).
Anche Stendhal godette di questa vista.
Nelle sue Passeggiate romane accenna al Monte Testaccio, "formé de débris de pots cassés", ovvero "composto da residui di vasi infranti".
Forse sono questi i residui di piattaforme per la contraerea installate durante la Seconda Guerra Mondiale
Trasformazioni del Monte Testaccio:
"Per la prima volta, durante il pontificato di Alessandro VI, nel 1256, venne nominato il ludus Testaccie ossia le feste che si svolgevano nell'area del Mons Palio durante il carnevale. Eseguiti sino al 1470 quando vennero trasferiti da Paolo II a via Lata (attuale via del Corso) ...
Qui si assisteva a giochi cruenti che consistevano nel lanciare nella corsa sfrenata dalla sommità del monte Testaccio carri pieni di maiali, tori, cinghiali i quali venivano contesi dai lusores che cercavano di ucciderli con le spade ...
Nella pianura del Testaccio [nel '500] venivano poi innalzati palchi di legno da dove aristocratici e ecclesiastici assistevano agli spettacoli del palio e ai cortei di carri allegorici e di gonfalonieri, caporioni e rappresentanti comunali dei vari rioni che partivano dal Campidoglio ...
Fin dal 1674 venne dato l'avvio allo scavo di ambienti lungo le pendici del monte ... Pietro Ottini e Domenico Coppitelli acquistarono il terreno adiacente al colle per aprirvi 'grottini' destinati ad osterie che via via aumentarono di numero ...".

Nel 1700 il Monte divenne finalmente poligono di tiro per i bombardieri di Castel S. Angelo ...
Poteva mancare Gioachino Belli, forse protagonista di scampagnate proprio qui?
Questo è il sonetto 1640, del 13 settembre 1835, titolato L’incontro de le du’ commare, in cui una delle commari impegna una coperta al Monte di Pietà per avere i soldi necessari alla bisboccia testaccina:

“Oh, addio, commare: indove vai de cqua?”

“A ssentí mmessa a Ssant’Ustacchio. E ttu?”
“Io esco mó da casa, e ttiro in giú
verzo er Monte”. “Che mmonte?” “De pietà”.

“E cco sta presscia? E cche cce vai a ffà?”

“Eh, a rrifrescà sti peggni. “E cche cciài sú?”
“Ciò una cuperta trapuntata, e ddu’...”.
“Ho ccapito. E pperché le lassi llà?”

“Pe nnun poté speggnalle”. “E pperché? di’”.

“Ma ssei curiosa tu co sti perché!
Perché nun ciò cquadrini, eccola cqui”.

“Ma pperché ll’impeggnassi?” “Oh questa mó

è ppiú bbuffa dell’antra!”. “Inzomma, ebbè?”
“Pe annà a Ttestaccio a ddivertímme un po’”.

E il commentatore, Marcello Teodonio, rincara: "[Testaccio è] luogo dove la plebe corre nella primavera, e più in ottobre, a gozzovigliare, stanteché nel monte formatosi ne’ bassi tempi di rottami di vasi (testa) e quindi detto Testaccio, sono scavate grotte entro le quali si mantengono freschissimi vini. Il prato inoltre, che trovasi innanzi al detto monte e alla famosa piramide dell’epulone C. Cestio, è molto opportuno ai sollazzi romorosi. Anzi ne’ secoli andati la città di Roma suoleva darvi i pubblici e talora crudi e cruenti spettacoli ..."

Un'Ottobrata romana nei pressi del Monte Testaccio.
Stampa di Bartolomeo Pinelli.

I primi due editti a tutela e conservazione del Monte dei Cocci.
Gli editti furono promulgati da Papa Benedetto XIV (1740-1758) per salvaguardare l'integrità del colle: si vietava il pascolo e lo scavo (gli scavi originarono i famosi 'grottini', oggi degenerati in locali e pub).
Un terzo editto riguardava la moralità pubblica: pare, infatti, che i Romani, durante la vigilia della festa di S. Giovanni Battista, si abbandonassero a eccessi (licenziosi) nei luoghi appartati del circondario.
Le pene prevedevano frustate e cinque anni di reclusione.

- Paola Chini, Il Testaccio e il Monte dei Cocci, supplemento a Forma Urbis, gennaio 2000 (tutte le citazioni non accreditate nel corpo del testo provengono da tale volumetto).
- Emilio Rodríguez Almeida, Il Monte Testaccio : ambiente, storia, materiali, 1984

* Gruppo Reportage:
Maria Cristina Masotti
Antonella Cecchi Pandolfini
Virginia Valletta
Lamberto Di Fabio
(Antonella Venanzi)
Nicola Barricelli
Patrizia Vincenzoni
Stefano Martinez
testi di Gianluca Chiovelli

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